IMPORTANZA DEL RISCHIO GLOBALE NELLA PREVENZIONE DELLE MALATTIE CARDIOVASCOLARI

Per il verificarsi di eventi coronarici, oggi, da numerosi studi osservazionali viene messa in particolare evidenza più la pericolosità rappresentata dalla presenza concomitante di piccole alterazioni del livello di più fattori di rischio, il cosiddetto ‘rischio globale di malattia’, che non quella, anche più ampia, di un solo fattore di rischio isolato, quale per esempio l’ipercolesterolemia o l’ipertensione.

Di rischio globale di malattia in grado di provocare eventi coronarici si è parlato recentemente a Venezia nel corso dei lavori del V Simposio Internazionale sul tema "I fattori di rischio multiplo nella patologia cardiovascolare" promosso ed organizzato dalla Fondazione Giovanni Lorenzini (Milano e Houston) e presieduto dal prof. Rodolfo Paoletti.

Quello di agire con la prevenzione contro gli eventi coronarici facilmente prevedibili è divenuto attualmente un problema molto più importante rispetto ad alcuni anni fa ed il risolverlo è lo scopo principale della medicina preventiva contro l’infarto ed altre malattie coronariche. Nel nostro Paese, infatti, essendo aumentata la popolazione anziana che è maggiormente rappresentata nel range tra i 75 ed 85 anni, si registra come conseguenza il verificarsi di osteoporosi, malattie cardiovascolari, e più avanti nel tempo forme di Alzheimer e di decadenza cerebrale, soprattutto nella donna che dopo la menopausa ha una maggiore aspettativa di vita.

"Oggi, di sei miliardi di abitanti nel mondo si prevede che in futuro cinque miliardi potranno superare i 60 anni e questo, pur essendo un risultato incredibile per la medicina del nostro secolo, sarà purtroppo anche la base di una ondata, nel prossimo decennio, di un aumento rapido delle conseguenze cliniche delle malattie cardiovascolari" ha affermato il prof. Rodolfo Paoletti, Direttore della Fondazione Giovanni Lorenzini - Direttore dell’Istituto di Scienze Farmacologiche dell’Università di Milano. " La morte per infarto di Marconi avvenuta nel 1937 costituì un evento eccezionale per l’epoca, come eccezionale fu reputata l’intuizione del grande clinico Frugoni che ne aveva fatto la diagnosi quando lo scienziato era ancora vivente. Negli anni a seguire, poi, questa malattia è diventata una delle più comuni con un costante crescendo, e oggi dobbiamo essere pronti a prevenire le emergenze che si verificheranno in futuro."

"In passato abbiamo parlato molto spesso del grande impatto dell’invecchiamento della popolazione e di come si sia verificata una riduzione percentuale drammatica, aggiustata per età dell’ictus e della coronaropatia; dagli anni ’50 , da quando si è iniziata la terapia dell’ipertensione ad oggi c’è stata una riduzione, aggiustata per età, del 70% della morbilità per ictus nei Paesi industrializzati e una riduzione della mortalità, aggiustata per età, per malattie coronariche, di più del 50%. Oggi, però,nonostante i progressi della medicina, i numeri sono gli stessi e questo è dovuto all’aumento dell’età della popolazione, soprattutto della fascia dai 75 anni in su, quella dei very old, che ammalano della stessa patologia e, muorendo di più, mantengono elevata questa grande mortalità" ha messo in evidenza il prof. Gaetano Crepaldi, Direttore di Clinica Medica all’Università di Padova.

"Tuttavia, per le malattie cardiovascolari, va sempre tenuto presente il fattore ‘Alimentazione’ che ha una forte ripercussione su quelli che possono essere i livelli di colesterolo, principale causa di queste patologie" ha continuato "Va ricordato, infatti, l’esempio degli abitanti della Val di Zoldo che non avevano mai avuto infarti fino a quando non sono andati in estate a lavorare in Germania ed hanno cominciato a mangiare bistecche: le ricerche fatte al riguardo hanno confermato, infatti, che sono bastati dieci anni di modifica delle abitudini alimentari e dello stile di vita di questa popolazione per indurre un drammatico aumento della mortalità. Lo stesso è accaduto nei Paesi dell’Est dove, dopo la liberalizzazione dei consumi, è enormemente aumentata la mortalità per malattie coronariche.

Stile di vita ed abitudini alimentari, quindi, hanno una forte influenza sulla salute delle coronarie e del ‘cuore’ e solo intervenendo sui fattori di rischio si può fare una efficace prevenzione. Va tenuro quindi presente che, anche se nel nostro Paese si registra una significativa riduzione di tali fattori , oggi il medico non deve affrontarne uno solo, ma il rischio globale che costituiscono nella loro molteplicità. Per esempio, è noto che nel diabete il colesterolo alto aumenta la mortalità coronarica, ma nel complesso, a qualsiasi livello, tale mortalità è tre o quattro volte superiore se vi si assommano altri valori anche lievemente alterati.

Il diabete, in particolare, è una malattia che con le modifiche della qualità della vita, con l’aumento del welfare e con quello dell’età media, sta assumendo dimensioni drammatiche. Oggi, infatti, vi sono circa 140 milioni di diabetici nel mondo, nel 2025 saranno 300 milioni e tale aumento si verificherà in maniera importante non solo nei Paesi industrializzati ma in maniera drammatica nei Pesi sottosviluppati come l’India, la Cina, l’Egitto ed i Paesi del Nord Africa.

C’è dunque necessità di guardare globalmente a tutti gli elementi di rischio, anche se lievi" ha continuato Crepaldi" perché la loro sommazione induce in maniera più drammatica l’aumento della mortalità . Se, infatti, un alto livello del colesterolo raddoppia i decessi, se a questo viene ad aggiungersi un valore, anche lieve, di diabete o di pressione elevata, la loro incidenza sarà quadruplicata . L’obiettivo di questo Congresso" ha concluso "è stato, quindi, quello di valutare in maniera corretta le modalità per affrontare sul terreno della medicina pratica il problema di chi è esposto a quei rischi che, assommati, possono portare ad un grave aumento della mortalità per malattie cardiovascolari che ancora, nonostante la raggiunta riduzione aggiustata per età, rappresenta un grade impatto nei decessi che si registrano ".

Al fine di stimare il "rischio cardiovascolare globale" risultano essenziali i dati emergenti da recenti documenti definiti ‘linee guida’ pubblicati nel 1998:

il Documento della International task Force for the Prevention of Coronary Heart Disease

le Linee guida per la prevenzione coronarica elaborate congiuntamente dalle Società Europee di Cardiologia (ESC), dell’Aterosclerosi (EAS), dell’Ipertensione (ESH) e da altre Società scientifiche.

Uno degli elementi importanti di tali linee riguarda il ricorso ad algoritmi derivanti da studi di popolazione (Studio PROCAM, Germania, Studio di Framingham, USA) per costruire delle tabelle e delle graduatorie corrispondenti al livello di rischio coronarico. Quest’ultimo viene calcolato tenendo conto soprattutto dell’età e del sesso del soggetto e combinando questi dati con i valori della pressione arteriosa sistolica, della colesterolemia totale e con la presenza o meno di diabete, abitudine al fumo, malattie cardiovascolari pregresse e familiairtà.

Viene quindi messo in evidenza che il grado di rischio, come già detto, non dipende solo dai livelli fuori norma raggiunti da ciascun fattore singolarmente ma dall’insieme di questi, anche se di poco superiori alla norma: in questo caso, il rischio cardiovascolare può essere 2-3 volte maggiore di quello corrispondente ad un alto tasso di colesterolo (300 mg/dL), ad una elevata pressione arteriosa (180/100 mm Hg), alla presenza di diabete, ecc.