L'
INFLUENZA DI IERI PER CONOSCERE QUELLE DI OGGI
CORRIERE MEDICO DEL 18/11/99
E' una competizione tra scienziati ma anche una corsa contro il tempo la caccia ai segreti della pandemia di influenza che nel 1918 causò decine di milioni di morti, con un bilancio peggiore di quello della prima guerra mondiale che qualifica la "spagnola" come la più grande infezione della storia moderna.
E' una competizione tra scienziati ma anche una corsa contro il tempo la caccia ai segreti della pandemia di influenza che nel 1918 causò decine di milioni di morti, con un bilancio peggiore di quello della prima guerra mondiale che qualifica la "spagnola" come la più grande infezione della storia moderna. Gli esperti sono convinti che in futuro potrebbe ripertersi un'epidemia di influenza su scala altrettanto vasta e stanno cercando di correre al riparo per mettere in atto tutte le contromisure del caso. Durante il meeting internazionale "Influenza - Past, present and future: genetics of virulence and pathogenicity" che si è tenuto a Londra, gli esperti si sono dichiarati convinti che l'ipotesi sia realistica. Anzi, sembra che abbiamo già corso questo rischio di recente, con l'influenza d'origine aviaria che ha preso il via a Hong Kong nel 1998, causando cinque decessi e centinaia di contagi, prendendo di sorpresa gli infettivologi con gravi complicanze emorragiche.Un giallo irrisolto da 80 anni
Appare insomma sempre più evidente la necessità di scoprire tutti i
segreti di quel lontano dramma del 1918, che per molti versi rappresenta un
giallo irrisolto da più di ottant'anni. Di certo, infatti, si sa che molte
vittime della spagnola erano giovani e sane e che il terribile virus agiva in
modo insolito, causando edema polmonare ed emorragie. La pandemia si risolse
quasi di botto, altrettanto misteriosamente com'era iniziata.
Per la verità gli studi specifici sono iniziati negli anni Cinquanta, con la spedizione in Alaska di Johan Hultin. L'obiettivo era di prelevare campioni di tessuto polmonare dai corpi della vittime dell'antica pandemia, contando sul fatto che il gelo polare li avesse preservati. L'esperimento non diede però gli esiti sperati perchè il virus non era più vivo.
Tardi per il soldato Vaughan
Da quel primo fallimento è nata comunque l'idea di Kirsty Duncan, che ha
arruolato un team di esperti per una nuova spedizione sull'isola norvegese di
Spitzbergen alla ricerca dei resti di sei minatori falcidiati dall'antica
epidemia. E sulla stessa pista si è mosso Jeffery Taubenberger, patologo
dell'esercito statunitense, che poteva contare sulla documentazione degli
archivi militari statunitensi e riuscì a individuare il soldato Roscoe Vaughan,
che morì mentre si recava sul fronte occidentale. Il suo polmone sinistro
presentava tracce di polmonite, mentre quello destro evidenziava ancora le
tracce iniziali dell'infezione, ma nemmeno i reperti di un altro militare morto
a causa della spagnola consentì di ultimare la sequenza genetica del virus.
Intanto Hutlin ha organizzato una nuova missione in Alaska con l'autorizzazione
delle popolazioni native di riesumare le vittime della pandemia ed è riuscito a
individuare il corpo di una donna - Lucy - ancora in un accettabile stato di
conservazione, che ha fornito ulteriore materiale da studiare.
Un virus d'origine aviaria
Come ha spiegato a Londra Ann Reid, dell'Istituto di patologia delle
forze armate di Washington, a tutt'oggi è stato possibile sequenziare nove
frammenti dell'Rna virale dalle regioni codificanti di cinque geni influenzali:
emagglutinina, neuraminidasi, nucleoproteina, matrix 1 e matrix 2. «Le sequenze
- spiega la biologa molecolare - differiscono da qualsiasi virus A
dell'influenza H1N1. Le analisi filogenetiche consentono di collocare il virus
del 1918 nel sottogruppo che infetta l'uomo e il maiale e non in quelli
d'origina aviaria, anche se gli approfondimenti suggeriscono che proprio gli
uccelli rappresentano la fonte iniziale. Probabilmente, già prima
dell'esplosione della pandemia, si erano verificati gli adattamenti che hanno
consentito al virus di infettare l'organismo umano.
«Gli studi sulle vittime del 1918 - spiega il virologo inglese John Oxford che ha partecipato alla spedizione a Spitbergen - hanno consentito di stabilire che la neuraminidasi dell'epoca aveva la medesima struttura di quello che caratterizza i ceppi attuali del virus. Questo significa che se fossero stati scoperti ottant'anni fa, i preparati attivi su questo enzima avrebbero potuto salvare milioni di vite».
Ma gli inibitori specifici della neuraminidasi sono un fatto recentissimo. E l'incontro londinese ha rappresentato proprio l'occasione per presentare l'oseltamivir, il primo inibitore specifico della neuraminidasi disponibile per via orale, che impedisce la replicazione del virus, riducendo il decorso della malattia e tagliando la strada a complicanze come quelle determinate dalla sovrapposizione di un'infezione batterica.
La prossima epidemia on line
Intanto, come spiega Daniel Lavanchy, del comitato di sorveglianza
sulle malattie infettive dell'Organizzazione mondiale della sanità, le autorità
sanitarie internazionali hanno già predisposto i piani di intervento e le
contromisure specifiche da far scattare nel caso si ripresentasse una pandemia
di influenza di proporzioni analoghe a quella del 1918.
Per la prossima ondata d'influenza, ormai alle porte, nel nostro paese è stata istituita InfluNet, la Rete italiana di sorveglianza influenza che conterà sulle segnalazioni di 250 medici della Società italiana di medicina generale e su quelle di altrettanti centri dell'Istituto superiore di sanità per seguire in diretta l'evoluzione dell'epidemia in 20 regioni con aggiornamenti settimanali. Attualmente l'indirizzo Internet è http://www.influnet.unige.it mentre quello definitivo sarà http://www.influnet.it.