LE DIVERSE CLASSI DI ANTIPERTENSIVI SI EQUIVALGONO

La pressione scende senza limiti di età  Tempo Medico (n. 652 del 15 dicembre 1999)

Vale la pena di trattare l'ipertensione arteriosa nell'anziano, non importa con quale classe di farmaci, dal momento che tanto gli antipertensivi più tradizionali quanto quelli più recenti hanno dimostrato la medesima efficacia, sia terapeutica sia preventiva.
L'intimazione giunge dalla Svezia, ed è il frutto degli studi denominati STOP 1 e 2 Hypertension (Swedish trial in old patients with hypertension); il primo si era concluso una decina di anni fa, mentre i risultati del secondo sono oggi freschi di stampa sulle pagine di Lancet. «I benefici del trattamento antipertensivo nella popolazione anziana sono stati ormai ben documentati, soprattutto riguardo al declino di malattie cardiovascolari fatali e non» premette Lennart Hansson, del Dipartimento di sanità pubblica e scienze sociali dell'Università di Uppsala e coordinatore dello STOP 2. «Il nostro precedente studio, conclusosi nel 1991, ha confermato l'efficacia dei farmaci tradizionali (vale a dire i betabloccanti e l'associazione di idroclorotiazide e amiloride) rispetto al placebo; in parallelo al crescente impiego di altre classi farmacologiche (ACE inibitori e calcioantagonisti), soprattutto in seguito a un infarto, è nata invece l'idea dello STOP 2, volto a verificare eventuali differenze di efficacia».
Nell'arco di poco più di un anno sono stati seguiti più di 6.000 pazienti, distribuiti in 300 centri svedesi, tutti tra i 70 e gli 84 anni e con valori alti di pressione arteriosa (sistolica non inferiore a 180 e diastolica non inferiore a 105). I pazienti sono stati suddivisi in sottogruppi, ciascuno dei quali ha ricevuto una terapia tra le seguenti: un betabloccante (50 milligrammi di atenololo o 100 di metoprololo o 5 di pindololo), l'associazione idroclorotiazide (25 milligrammi) e amiloride (2,5 milligrammi), oppure i cosiddetti nuovi, cioè un ACE inibitore (10 milligrammi di enalapril o di lisinopril) o un calcioantagonista (2-5 milligrammi di felodipina o isradipina), comunque con la facoltà di fare anche associazioni (per esempio diuretico e calcioantagonista) in caso di mancato controllo con la monoterapia.
«I risultati, oltre a confermare ancora una volta l'efficacia del trattamento antipertensivo, hanno decretato la validità di tutte le classi farmacologiche, senza sostanziali differenze nella prevenzione di eventi cardiovascolari fatali o gravi» afferma Hansson. «Rispetto ai precedenti studi, la pari efficacia di betabloccanti, diuretici e calcioantagonisti è un dato nuovo» prosegue il ricercatore svedese. «E' vero che nel gruppo trattato con ACE inibitori si è osservato un minor numero di infarti e di scompensi cardiaci rispetto a chi assumeva i calcioantagonisti, ma vanno tenute presenti due considerazioni: la prima è la dovuta cautela nell'interpretazione dei dati, dal momento che derivano da ben 18 confronti statistici; la seconda è che, comunque, i calcioantagonisti non si sono rivelati meno efficaci nel ridurre la mortalità totale, quella cardiovascolare o l'incidenza di ictus, tanto da annullare l'iniziale differenza con gli ACE inibitori». Meno dilemmi per i geriatri alle prese con le prescrizioni, quindi? Forse no. «Lo STOP 2 è un buon protocollo di studio» afferma Martin Kendall, della Divisione di scienze mediche di Birmingham, autore di un editoriale sull'argomento. «Sono stati soddisfatti molto bene quattro elementi fondamentali: è stato posto un quesito clinico a cui si è data risposta, si è trattato di uno studio di popolazione di adeguata vastità, non si è perso alcun paziente al follow up e i risultati sono stati chiari e ben strutturati».
Vi sono però alcuni aspetti meno convincenti. «Innanzitutto all'ultima visita quasi la metà dei pazienti era in terapia con più di un farmaco e solo due terzi di essi assumevano il tipo di farmaco assegnato all'inizio. In tal modo è più difficile esser certi che un risultato è stato prodotto da un determinato farmaco».
Un altro punto molto importante riguarda gli effetti collaterali, descritti in una cospicua percentuale di pazienti, superiore forse a quella che il medico di base osserva di norma tra i suoi assistiti. Ricorda Kendall: «Un quarto dei soggetti in terapia con calcioantagonisti ha riferito edemi alle caviglie, un terzo di quelli con ACE inibitori la comparsa di tosse secca; più di un quarto, senza differenza tra le varie classi di farmaci, ha sofferto di vertigini. E' vero che gli studiosi hanno registrato tutti gli eventi verificatisi in qualsiasi momento dello studio, e che ciò può aver contribuito al grande numero di segnalazioni; resta però il dubbio che il trattamento sia stato più aggressivo del necessario».
A questo punto si affaccia uno dei grandi quesiti della geriatria, e cioè l'utilità reale di prescrivere un farmaco al paziente anziano. Se lo scopo principale della terapia è quello di prevenire gli eventi cardiovascolari fatali, o gravi vale la pena di prescriverla a chi ha già molte altre patologie e potrebbe morire da un momento all'altro per un'altra causa? «Ha senso far assumere un antipertensivo a un ottantenne affetto da demenza, da un tumore o da una gravissima insufficienza respiratoria?» si chiede il ricercatore britannico. Infatti il soggetto in questione potrebbe sperimentare i lati più spiacevoli della terapia, magari per l'interazione con gli altri farmaci che assume, oppure perché, come effetto collaterale, ha un episodio ipotensivo e cade, con conseguenze che rischiano di essere devastanti.
Per chi invece, nonostante l'anagrafe, si mantiene in buona salute, il trattamento è senz'altro indicato. Con una nota di conforto anche per il medico attento all'aspetto economico: il vecchio e poco dispendioso diuretico non è secondo ai rimedi più nuovi e costosi.

Donatella Gambini