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Premessa
Si riportano nel
presente documento alcune sintetiche osservazioni derivanti da una prima
lettura della bozza di PSSR della Lombardia, limitatamente alle tematiche
afferenti all'area delle cure primarie e con riserva di far pervenire eventuali
ulteriori valutazioni a seguito di un'analisi più approfondita.
Le osservazioni
riportate, lungi dall'entrare nel merito di elaborazioni politiche di
competenza delle istituzioni regionali, vogliono rappresentare un contributo
derivante dall'esperienza dei medici di famiglia lombardi e dalla conoscenza
diretta dello stato attuale della categoria, nonché delle sue possibilità
concrete di partecipare come soggetto
attivo ad un "cambiamento possibile e sostenibile" della sanità
lombarda.
In premessa va segnalato
come sembra condivisibile l'impostazione generale del piano e come molte
criticità della trasformazione proposta non risiedano tanto nelle enunciazioni
generali ivi riportate, quanto nella successiva normativa applicativa. Si
ritiene pertanto necessario, nell'obiettivo di un cambiamento sostenibile, una
costante collaborazione tra assessorato e rappresentanze della professione
medica nella definizione delle proposte di modifica alla legge 31 sul servizio
sanitario regionale.
Osservazioni
Parte I.
Riguardo al paragrafo "Devoluzione" (pag. 5) si ritiene
necessario, come enunciato nel piano, che la Regione possa intervenire sulla
contrattazione con il personale dipendente del SSR e con i Medici di Medicina Generale, i Pediatri di libera
scelta e altri medici convenzionati.
In effetti, tale
modalità di contrattazione nell'area della medicina di famiglia è già in atto.
Già attualmente una parte significativa della retribuzione del MMG lombardi
deriva da accordi regionali e aziendali.
Si ritiene però necessario il mantenimento di
un livello di contrattazione nazionale, mirato essenzialmente al ruolo del MMG
per lo svolgimento delle attività ricomprese nei LEA (livelli essenziali di
assistenza). Il livello di contrattazione nazionale, inoltre, deve fornire
almeno un orientamento di massima rispetto alle possibilità offerte dalle
diverse progettualità regionali.
Riguardo al paragrafo "I livelli di assistenza"
(pag.
13) si evidenzia come il Piano proponga
di "fornire livelli di assistenza non ricompresi in quelli determinati a
livello centrale attraverso un sistema assicurativo-mutualistico
obbligatorio". Tale proposta appare condivisibile qualora tale sistema non
si proponga come alternativo all'assistenza fornita dal SSN, che deve garantire
a tutti i cittadini i LEA, ma sia relativo a prestazioni in essi non
ricomprese.
Potrebbe anche
essere previsto un ulteriore livello assistenziale integrativo facoltativo
oltre a quello obbligatorio. Tale assetto garantirebbe un efficace sistema
solidaristico fondato sul SSN e al tempo stesso la libertà del cittadino di
scegliere la propria integrazione obbligatoria e l'eventuale propria
integrazione facoltativa. I MMG, erogatori delle cure primarie, potrebbero
svolgere a diversi livelli il loro ruolo all'interno di tale sistema, la
retribuzione prevalente a quota capitaria caratterizzerà le attività relative ai LEA garantiti dal SSN a
tutti i cittadini.
Riguardo al paragrafo "Il ruolo della ASL" (pag.27) ove si
afferma "Alcune prestazioni socio-sanitarie ancora oggi fornite dalla ASL
debbono essere inserite in progetti che prevedano la possibilità di essere
cedute a soggetti erogatori istituzionali (A.O. e strutture private
accreditate) o anche a nuovi soggetti (associazioni di medici e pediatri,
agenzie di servizi alla persona pubbliche o private, profit o non
profit)", sembrano opportune alcune precisazioni riguardo alla figura del
MMG. In effetti il medico di medicina generale potrebbe essere incaricato di
svolgere alcune attività oggi erogate dalle ASL (si pensi ad esempio, ma non
solo, alle pratiche vaccinali). Il rapporto convenzionale del MMG deve però
rimanere diretto con l'ASL a garanzia della personalità della prestazione
professionale e della libera scelta / rapporto di fiducia con il cittadino,
senza la mediazione di altri soggetti erogatori accreditati.
Le forme associative
dei medici di famiglia rappresentano una modalità organizzativa della
professione assolutamente imprescindibile e che, in prospettiva, e con le
logiche di un "cambiamento sostenibile", dovrà estendersi alla
totalità degli stessi, ma le forme associative non dovranno assumere la veste
giuridica degli erogatori accreditati e ciò a salvaguardia della personalità
del rapporto di fiducia. Non è invece da escludersi a priori che forme associative dei medici di famiglia, qualora
organizzate in forma societaria per l'erogazione di servizi e non già di
prestazioni mediche (anche quest’ultime peraltro già previste dall’attuale
convenzione ), possano, come altri soggetti della sussidiarietà, erogare, per
conto del SSR prestazioni di servizio e supporto nell'ambito delle cure
primarie.
Riguardo al paragrafo "il distretto" appare condivisibile
l'impostazione generale, ferma restano la sopra citata posizione contrattuale
del MMG, inserito nel GCP, ma personalmente titolare del rapporto di fiducia
del cittadino, e anche per quanto attiene alla "accessibilità alle
strutture sanitarie" condivisibile l'impostazione per linee guida che
ponga sullo stesso piano gli erogatori accreditati pubblici e privati. Dal
momento però che per quanto riguarda i pazienti "passati in cura"
presso tali strutture viene ancora richiesta la prescrizione del MMG per
prestazioni che si collochino al di fuori delle linee guida, non si vede perché
non possa essere riproposto un ruolo di "prescrittore unico" del
medico di famiglia, realtà già oggi esistente rispetto alle strutture private
accreditate e la cui mancanza relativamente alle strutture pubbliche sembra,
nel sistema lombardo, ben poco giustificabile.
Riguardo al paragrafo "La prevenzione" (pag.31), si
evidenzia come, a seguito del principio di un passaggio "dall'obbligo
normativo alla responsabilità", venga fatto discendere come l'abbandono
dell'obbligo vaccinale dovrebbe rendere disponibile un' "alta quota di
risorse". Quest' ultima affermazione sembra sottendere che il passaggio ad
un regime di "responsabilità" comporterebbe l'abbandono delle
pratiche vaccinali da parte dei cittadini. In realtà invece si dovrebbero
impegnare risorse per informare i cittadini del loro diritto di chiedere di
essere vaccinati.
Anche in ambito di
prevenzione, al venir meno di un ruolo di erogazione diretta delle prestazioni
da parte dell'ASL, potrebbe prevedersi un maggiore impegno dei MMG, supportati
anche da forme organizzative di tipo associativo.
Riguardo al paragrafo "Le cure primarie" andrebbe meglio
precisato che cosa si intenda per "percorso di accreditamento per gli
erogatori delle cure primarie".
Tale accreditamento andrebbe inteso come percorso formativo certificato
del professionista e in tal senso inserito all'interno dei processi di EMC in
corso di definizione. Andrebbero inoltre definiti gli eventuali livelli di
certificazione di qualità delle forme organizzative all'interno delle quali
verrebbero ad operare i professionisti. Sembra invece totalmente da respingere,
per le sopra enunciate ragioni di tutela della personalità delle prestazione
professionale e del rapporto di fiducia, l'ipotesi di erogatori accreditati di
cure primarie diversi dal medico di famiglia e in particolare di tipo
societario.
Il progressivo
sviluppo di forme di associazionismo, necessario per ottimizzare soprattutto la
funzione di vera e propria erogazione delle cure primarie (garantendo comunque
l'attività personale di counselling fiduciario), potrebbe alla lunga snaturare
il rapporto personale medico-assistito, che nelle cure primarie assume
particolare rilevanza. Il rischio è quello di produrre una rete di erogatori
accreditati che creerebbe di fatto un regime di monopolio (o oligopolio) con
riduzione della qualità percepita e con possibile gestione delle risorse non
orientata all'appropriatezza. In tal senso andrà perseguito un modello tendente
a favorire le forme associative per quanto attiene agli aspetti organizzativi,
formativi e di condivisione dei mezzi di produzione, ma che mantenga viva
l'attenzione sulla responsabilizzazione personale del medico rispetto alle
esigenze di salute del paziente che lo ha scelto.
A pag. 36 viene
correttamente fatto riferimento al ruolo della quota capitaria nella retribuzione
del medico di famiglia. Sembra opportuno richiamare come la quota capitaria
rappresenti l'estrinsecazione retributiva del rapporto di fiducia e della
responsabilizzazione individuale e sia di per se stessa incentivante. Rispetto
ad un sistema a notula o a rimborso tipo "indiretta alla francese"
consente anche un governo della spesa evitando un' incongrua moltiplicazione
delle prestazioni.
Riguardo al paragrafo "assistenza ospedaliera e
specialistica", al titolo "nuovi ospedali" (pag.44) si legge
"Per alcune aree di assistenza ospedaliera (medicina generale, pediatria)
è, infine, opportuno dare il via a progetti sperimentali di gestione
domiciliare del paziente, attuando una graduale conversione di posti letto di
degenza ordinaria in posti domiciliari equivalenti".
Tale affermazione
appare contradditoria con quanto affermato circa il ruolo dei GCP all'interno
delle cure primarie. In effetti se il paziente necessita di tecnologie e di
intensità di assistenza propri dell'ambiente ospedaliero sembra inappropriato e
costoso trasferire tali risorse a domicilio. Se le condizioni del paziente sono
tali da richiedere un'assistenza definibile come "ADI ad alta intensità di
cure" possono ben provvedervi i GCP con l'eventuale apporto, in una logica assistenziale integrata, degli specialisti
ospedalieri.
Riguardo al paragrafo "la rete
dell'emergenza urgenza", a pag. 49
si legge " Pertanto, ora si deve
procedere ad una revisione della rete PS/DEA/EAS integrata fortemente con le
potenzialità territoriali, tenendo in considerazione le necessità dei singoli
territori e creando sinergie con l'attività di continuità assistenziale che
dovrà essere gestita direttamente e integrata con le COUE".
Tale affermazione
non sembra correttamente coordinata con quanto riportato nel paragrafo relativo
alle cure primarie ove sembra presupporsi, anche se non è esplicitato, che il
GCP provveda alla continuità assistenziale. Se correttamente si può ipotizzare
che la centrale operativa dell'emergenza provveda anche al triage delle
chiamate dirette al GCP non sembra altrettanto ipotizzabile che la continuità
assistenziale delle cure primarie venga gestita direttamente dall'
emergenza, configurandosi una tipologia
di attività diversa. Sembra invece opportuno studiare, anche attraverso
esperienze di sperimentazione, effettive modalità di integrazione dei medici
della continuità assistenziale (ex guardia medica) nelle forme associative dei
MMG.
Riguardo al paragrafo "Le regole di governo - il
finanziamento del sistema", a pag.63, in parziale contrasto con la
proposta di una integrazione mutualistica obbligatoria per garantire
prestazioni oltre i LEA, che sembrerebbe prefigurata nella parte iniziale del
piano, riappare la proposta di soggetti acquirenti, cioè mutue (non profit),
sostitutive dell'ASL.Parrebbe di capire, ma il testo non è chiaro, che tali
soggetti acquirenti riceverebbero per i cittadini da loro assistiti la quota
capitaria nazionale di spettanza dell'ASL, anche per garantire i LEA, e
procederebbero essi stessi alla contrattazione.E' altresì evidente, ma non è
esplicitato, che tali soggetti dovrebbero, per garantire equità al sistema,
accogliere qualsiasi cittadino lo richiedesse.
Sembra inoltre
evidente, ma non è neppure questo esplicitato, che questi soggetti potrebbero
instaurare rapporti contrattuali con alcuni e non altri erogatori, limitando
cosi la libertà di scelta dei loro associati, diversamente non si comprende
come la loro offerta e gestionalità potrebbe differenziarsi da quella dell'ASL,
a meno di non procedere ad una (a nostro avviso non etica) selezione di
assistiti per censo e categoria.
Nell'insieme tale
passaggio appare non chiaro e pertanto andrebbe o chiarito in modo
assolutamente trasparente e condiviso con la società civile o eliminato dal
PSSR.
Riguardo al paragrafo su "la formazione, la ricerca,
l'innovazione" va segnalato come manchino riferimenti e ipotesi di
coordinamento (o di alternativa) con le modalità di ECM degli operatori
sanitari in corso di definizione a livello nazionale. La formazione continua,
anche in ragione della mobilità degli operatori sanitari, deve trovare elementi
di omogeneità su tutto il territorio nazionale e in Europa.
Parte II
A proposito del paragrafo "creazione della rete per
le cure palliative" a pag.119 si fa
riferimento al "passaggio in cura globale (P.I.C.) alle equipe delle
UOCP". Come già richiamato riguardo alle ipotesi di ospedalizzazione
domiciliare si confermano le perplessità relative alla reale attuabilità
pratica di tali modalità assistenziale. Si ritiene più opportuno indirizzare
risorse economiche e professionali verso una reale attuazione dell'ADI ad
elevata intensità sanitaria. Nei casi (verosimilmente pochi), in cui tale
modalità, realmente attuata e governata, non sia realizzabile, è probabilmente
più conveniente rinunciare alla domiciliarità e ricorrere all'ospedalizzazione
vera e propria.
Probabilmente
l'attivazione dell'ADI in Lombardia "a macchia di leopardo" e
comunque senza adeguato investimento di risorse sia professionali che
economiche e quindi spesso in modo solo "formale" ha indotto
l'erronea convinzione dell'effettiva esigenza, in tale ambito, di
un'ospedalizzazione domiciliare. Si richiama comunque la necessità, anche in
tale prospettiva, di una effettiva realizzazione dei GCP, nei quali dovrebbe
essere ricompresa l'ex guardia medica il cui rapporto con l'emergenza dovrebbe
essere solo di tipo funzionale, limitatamente alla condivisione della centrale
operativa, e la cui attività dovrebbe essere mirata all'effettiva realizzazione
della continuità assistenziale nelle cure primarie.
Relativamente al paragrafo "Prevenzione delle
malattie infettive e sessualmente trasmissibili" nella tabella 89 a
pag.129, riguardo alla vaccinaziona antinfluenzale, si legge "Raggiungere
il 75% della popolazione al di sopra dei 64 anni tramite offerta attiva con
coinvolgimento di tutte le strutture dell'ASL ed inoltre dei medici di
base". Tale affermazione non sembra coerente con le altre parti del piano
che prevedono la dismissione delle funzioni di erogazione da parte dell'ASL.
Numerose esperienze
già attuate dimostrano come l'affidamento totale ai medici di famiglia delle
vaccinazioni antinfluenzali (e probabilmente, per analogia, anche delle
antipneumococciche) garantisca l'ottimale copertura della popolazione.
Relativamente al paragrafo "L'educazione
sanitaria" a pag. 158, tra i "target su cui esplicitare le
azioni" andrebbero inseriti in specifico gli studi dei medici di famiglia,
i quali, al di là di ogni altra proclamazione teorica e/o d'immagine, sono di
fatto oggi gli unici terminali dell'educazione sanitaria del cittadino (cfr.
dati sul “minimal advice” nella cessazione da fumo).
La sala d'attesa del
medico di famiglia rappresenta in assoluto il luogo di incontro delle persone
ove esiste maggior sensibilità e disponibilità ad affrontare i più diversi
problemi di salute. A partire da queto dato di fatto la categoria dei medici di
famiglia ha negli ultimi mesi, in modo autonomo e in una logica di
sussidiarietà, dato l'avvio all'iniziativa di un canale televisivo satellitare
a tema, sull'educazione sanitaria, per le sale d'attesa, aperto alla
collaborazione delle istituzioni e della società civile.
Si ringrazia per l'attenzione e si resta in
attesa di un riscontro in merito alle osservazioni formulate, confermando la
piena disponibilità, per le competenze specifiche, ad una collaborazione
diretta e continuativa sia all'ottimizzazione del PSSR sia per l'elaborazione
delle ipotesi normative conseguenti.