mercoledì 24 settembre 2003

Cassazione: farmaci anti-fame solo in caso di obesità grave

La Cassazione dice “no” alla prescrizione - da parte dei medici - di farmaci per dimagrire se chi li richiede non è affetto da una obesità pericolosa per la salute ma ha, magari, solo qualche chilo di troppo. Il divieto vale ancor più quando la terapia per perdere una taglia è diretta a una giovane ragazza alla quale, invece, non si prescrivono - né preventivamente, né nel corso del trattamento - analisi per verificare se le medicine hanno effetti collaterali negativi. Così la Suprema Corte ha confermato la condanna - emessa nel 2002 dalla Corte di appello di Milano - a un anno di reclusione, per omicidio colposo, a una dottoressa milanese, Domenica P. L'imputata, nel 1995, prescrisse una cura dimagrante farmacologica a una giovane di 23 anni, Silvia M., che si era rivolta a lei per problemi di sovrappeso. La ragazza aveva qualche chilo di troppo, ma la ciccia in più non le faceva di certo correre rischi tali da giustificare il ricorso alle medicine, osservano i giudici di piazza Cavour. Inoltre, gli “ermellini” aggiungono che la dottoressa, durante i tre anni in cui seguì Silvia, non la sottopose mai ad analisi per verificare l'effetto della cura. Quando la ragazza sospese il trattamento perché iniziava a sentirsi male, la jodiocaseina presente nei farmaci le aveva ormai irreversibilmente danneggiato la tiroide. In breve tornò ad ingrassare. Vani furono i ricoveri ospedalieri nel nosocomio di Vimercate e al San Raffaele di Milano. Morì in corsia per arresto cardiocircolatorio: l'improvviso sovrappeso le aveva pesantemente affaticato il cuore. Invano la dottoressa ha cercato di discolparsi, sostenendo che la morte della paziente era avvenuta dopo nove mesi dalla sospensione del trattamento e quindi non c'era relazione tra l'assunzione delle medicine dimagranti e l'accentuato ipertiroidismo. I supremi giudici le hanno risposto che “nessun elemento induce a ritenere che la patologia della paziente (obesità) fosse di gravità tale da indurre alla somministrazione di farmaci”. Quanto all'incidenza negativa dei “cocktail perdi-peso” sul metabolismo, evidenzia la Suprema Corte, essa è unanimemente riconosciuta da tutta la letteratura scientifica. Pertanto - concludono gli alti magistrati nella sentenza 35603 - si deve considerare "colposa, perché negligente e imperita, la condotta del medico che prescriva e somministri medicinali potenzialmente idonei a interferire su funzioni essenziali della persona senza verificarne preventivamente la tollerabilità da parte del paziente e l'inesistenza di controindicazioni e senza verificarne gli effetti nel corso della terapia”. In sostanza, per la Cassazione, è meglio che i medici prescrivano ricette solo per le malattie serie e non per sconfiggere qualche piccolo problema di girovita.