MENO DEL 15% DI NOTIZIE UTILI NEGLI ARTICOLI CHE SI OCCUPANO DI SALUTE SUI QUOTIDIANI

Roma, 8 ott. (Adnkronos Salute) - Negli articoli che si occupano di salute nei quotidiani italiani "la percentuale di informazioni utili per il cittadino è inferiore al 15%. In alcuni casi è dell'8%". Questo uno dei poco lusinghieri risultati di una ricerca resa nota oggi a Roma nel corso di un Convegno sulla comunicazione della salute. Un appuntamento organizzato dall'università di Pisa e dalla Fivol, la Fondazione italiana per il volontariato. Brutte notizie anche sul fronte dell'affidabilità: "Salvo rari casi - spiega all'Adnkronos Salute la relatrice dello studio, Annalaura Carducci, del gruppo di lavoro 'Leggere e ascoltare la salute' - le fonti della notizia sono citate nel 20% dei casi. Mentre molto spesso è tutto un 'si dice' e 'si pensa'. Eppure - dice - oltre a dover essere segnalata, la fonte dovrebbe essere anche accreditata. Ma spesso così non è". Mali dell'informazione sulla salute 'made in Italy' che ha sintomi e cause. "I primi sono evidenti - prosegue la Carducci - tra cui spiccano l'allarmismo informativo, scarsa precisione e utilità delle informazioni. Le cause, invece, vanno ricercate nelle varie fasi di produzione della notizia. Dalla scelta delle fonti alla produzione della notizia, le pressioni esercitate sui media, fino alla preparazione dei giornalisti, senza dimenticare - aggiunge - l'incapacità del pubblico di valutare cosa è notizia e cosa non lo è". A conti fatti la situazione italiana avrebbe "da imparare dai 'colleghi' britannici soprattutto. Ma anche dai francesi che hanno 'corretto il tiro' dopo lo scandalo sul sangue infetto di qualche anno fa. In Germania e Spagna, invece, la qualità dell'informazione nel settore della salute è analogo al nostro". Il gruppo di lavoro dell'università di Pisa da anni passa al setaccio i quotidiani nazionali per verificare la qualità dell'informazione. I criteri adottati per misurare gli articoli sono quelli di correttezza, completezza, precisione e comprensibilità del messaggio, affidabilità (indicazione delle fonti accreditate), utilità per il cittadino, equilibrio e indipendenza. Tutti requisiti che dovrebbero essere alla base dell'informazione in tema di salute. "E invece - continua la Carducci - assistiamo a una lunga serie di errori. Alcuni grossolani e quindi meno gravi. Altri più pericolosi perché di più difficile comprensione". Da qui la proposta operative. "Non servono linee guida o codici deontologici ma un sistema di qualità. Un criterio di valutazione analogo a quello che permette ai cittadini di scegliere i prodotti migliori sui banchi del supermercato. Ma - precisa la ricercatrice - prima di arrivare a una sorta di bollino di qualità la strada è lunga. E si tratta comunque di un lavoro che spetta alle istituzioni. L'università ha il compito di lanciare il sasso, ma da sola non può fare niente". Un esempio 'virtuoso' suggerito dalla Carducci è quello realizzato in Gran Bretagna dalla Royal Academy, istituzione privata ma connessa alle università che ha messo in piedi un servizio di consulenza con 600 esperti di salute, reperibili 24 ore su 24 dai giornalisti sui temi più diversi. Un esperimento in fase di rodaggio e con costi ancora alti perché privato. "Ma l'idea è assolutamente buona" conclude.