La sanità italiana non può più aspettare
(editoriale del prossimo numero di Avvenire Medico)
Perché un Paese solidale come il nostro, che ha scelto quasi trent’anni fa di costruire un servizio sanitario pubblico che garantisse a tutti i cittadini di essere assistiti per conservare la salute e fronteggiare le malattie, sta correndo il rischio di veder crollare questo sistema? Non si può certo dire che il Ssn non abbia funzionato nel suo insieme, visto che ha consentito all’Italia di essere al secondo posto nel mondo per i risultati di salute conseguiti in rapporto alle risorse impiegate. Né è legittimo pensare che abbandonare questo sistema possa servire a ripianare i conti dello Stato: al di là delle valutazioni etiche e ideali (che pure un valore ce l’hanno e non da poco), l’analisi del sistema sanitario statunitense mostra infatti come una sanità pubblica residuale sia insieme poco utile e costosissima. Eppure c’è qualcuno che vorrebbe condurre il nostro sistema sanitario proprio verso un modello sempre più simile a quello Usa, con due canali ben distinti, uno per i ricchi e l’altro per i poveri, abbandonando larghi strati di classe media in una terra di nessuno nella quale non sono assistiti dalla social security perché hanno redditi superiori alla soglia di povertà ma non riescono nemmeno a pagare gli stratosferici costi delle polizze assicurative private.
Che il nostro allarme non sia infondato lo dimostrano i dati sulla spesa sanitaria degli ultimi anni dove, a fronte del continuo sottofinanziamento del Ssn, si registra una quota crescente di spesa privata ovvero di spesa sostenuta “di tasca propria” dai cittadini per avere quei servizi impossibili da ottenere nel pubblico. E non ci si venga a raccontare che si tratta solo di consumismo sanitario o di medicina estetica, perché ciascuno di noi sa che non è così.
La verità è che una politica sempre più autoreferenziale e miope non è in grado da tempo di governare in modo adeguato il sistema, programmando strategie e investimenti e rendendo davvero la sanità italiana una “grande opera”, elemento dinamico dello sviluppo e del benessere del Paese. Una politica così guarda alla sanità solo attraverso conti e bilanci, senza neanche riuscire a pensare con quella minima lungimiranza economica che deve avere anche il più piccolo degli imprenditori, che sa che quello che spende oggi può diventare un guadagno domani. Una politica così rinvia per anni i contratti e le convenzioni mediche convinta che questo sia un risparmio e non un segnale di debolezza drammatico. Una politica così non prova neanche ad affrontare le emergenze che sono davanti ai nostri occhi, a cominciare dai problemi posti dal prolungarsi della vita di ognuno di noi, che è una conquista ma anche una domanda ineludibile di nuovi servizi. Se la situazione non è ancora esplosa non è certo merito degli interventi dello Stato, ma è solo grazie ai grandi sacrifici sostenuti dalle famiglie italiane e alla disponibilità attuale di badanti straniere a “basso costo”.
Per questo, per l’intima convinzione che a queste domande occorra dare una risposta subito, credo che si debba dare vita ad un movimento politico che ponga al centro la garanzia autentica del diritto costituzionale alla salute. Non penso al partito dei medici e tanto meno alla Fimmg trasformata in un partito, ma piuttosto ad un sodalizio che metta insieme medici, operatori sanitari e cittadini per elaborare quella strategia di governo della sanità che la politica mostra di non avere. Un diritto fondamentale non può essere abbandonato, questa è la nostra politica.