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Dabbene: "Non serve un intervento a gamba tesa: serve applicare gli accordi"
"L'Accordo collettivo nazionale prevede già l'organizzazione dei medici nelle Aggregazioni funzionali territoriali (Aft), ma in diversi territori questo percorso non è stato pienamente attuato. Il problema non è l'assenza di una legge nazionale". Lo ha detto il vicesegretario della Fimmg, Alessandro Dabbene, intervistato dal Fatto quotidiano online.
Perché la riforma sarebbe stata un pericolo?
"Perché avrebbe cambiato per decreto l'organizzazione della medicina generale. Un contratto di lavoro non si modifica saltando la trattativa. Non parlo solo di sanità. La legge può indicare obiettivi e direzioni, ma poi gli strumenti si definiscono al tavolo negoziale. Già oggi i medici sono pochi. Un cambio imposto dello status contrattuale avrebbe potuto allontanare i giovani dalla medicina generale e spingere molti colleghi più anziani verso il pensionamento anticipato".
Vi accusano di aver difeso una rendita di categoria.
"È una lettura sbagliata. I medici di famiglia stanno dimostrando di essere disponibili a discutere ogni cambiamento che migliori il territorio. Le Case della comunità possono essere utili, ma bisogna decidere che cosa si fa dentro, con chi e con quali modalità. Noi non difendiamo una categoria, difendiamo un sistema che rischia di non funzionare se viene riformato male".
Il ministero e alcune Regioni dicono però che senza un intervento rapido le Case della comunità resteranno vuote.
"Nelle Regioni in cui medici e amministrazioni hanno fatto accordi, le Case della comunità sono già piene, almeno di medici di medicina generale. Non mi risulta sempre lo stesso per le altre figure professionali, ma i medici ci sono dove si è lavorato bene. È per questo che dico che non serve un intervento a gamba tesa: serve applicare gli accordi".
I tempi della contrattazione sono compatibili con quelli del Pnrr?
"Dipende da cosa si vuole fare. L'accordo entrato in vigore a gennaio lo abbiamo chiuso in venti giorni, dall'atto di indirizzo alla firma. Se l'obiettivo è stabilizzare la presenza dei medici nelle Case della comunità, si può lavorare rapidamente. Se invece si vuole riscrivere l'intero assetto della medicina generale, come avrebbe fatto il decreto, i tempi diventano molto più lunghi".
Il punto più contestato era il passaggio alla dipendenza. Perché siete contrari?
"Perché la dipendenza, per come viene proposta, è quasi sempre associata all'idea di dover coprire dei turni nella Casa della comunità. Questo significa che il cittadino trova il medico presente in quel momento, non necessariamente il proprio medico. Questo mette in discussione il rapporto fiduciario, che è uno degli elementi centrali della medicina generale. Ma poi bisogna chiarire: dipendenza da chi? Un medico può essere dipendente dello Stato, ma anche di una cooperativa o di un soggetto economico privato. Se domani l'onere di riempire le Case della comunità venisse appaltato, apriremmo le porte al privato in uno degli ultimi presìdi di sanità universale e gratuita rimasti in Italia".
Come dovrebbero funzionare per voi quindi queste strutture?
"La Casa della comunità deve essere un luogo in cui il medico di fiducia può inviare il proprio paziente per un approfondimento diagnostico o terapeutico, confrontandosi con altri professionisti. Il percorso deve partire dallo studio del medico di famiglia, passare eventualmente dalla Casa della comunità e poi tornare al medico. Così non si bypassa il rapporto fiduciario".
Cosa non va nel medico di turno?
"Il rischio è che la Casa della comunità diventi il luogo della seconda, terza o quarta opinione. Se più professionisti seguono lo stesso paziente senza parlarsi, aumentano prescrizioni doppie, percorsi disomogenei, confusione, spesa e liste d'attesa. È anche un problema di sicurezza".
Il modello attuale però regge ancora, con le carenze di medici?
"Le carenze esistono e vanno affrontate, ma non si può dire che il sistema non funzioni. La presa in carico della cronicità in Italia è tra le più performanti in Europa. Può migliorare, certo, ma applicando gli accordi e rafforzando l'organizzazione territoriale. Dove le Aft sono state attivate, i medici possono lavorare insieme su popolazioni di 20 o 30mila cittadini, con specialisti, personale di studio e diagnostica di primo livello".
Una legge nazionale non avrebbe ridotto le differenze tra Regioni?
"Il problema non è la mancanza di leggi. Ci sono già i Lea, ma in alcune Regioni i servizi essenziali non vengono garantiti. Anche l'Accordo collettivo nazionale prevede da anni l'organizzazione dei medici in Aft, ma non tutte le Regioni lo hanno fatto. Il punto è applicare e monitorare ciò che già esiste, non scrivere un decreto sbagliato".
Temete che il governo possa riprovarci con un emendamento?
"Non possiamo escludere nulla, anche perché non ci aspettavamo nemmeno quel decreto. Quello che sappiamo è che la medicina generale è pronta a una trattativa rapida sul nuovo Accordo".
C'è stata anche una polemica sul ruolo dell'Enpam nello stop alla riforma.
"Secondo me è strumentale. L'Enpam gestisce i contributi della libera professione e della convenzione, quindi è normale che faccia valutazioni tecniche sulla tenuta dei propri bilanci se una parte della platea dei contribuenti cambia status. La Fimmg rappresenta la medicina generale, che è uno dei fondi dell'Enpam. È evidente che ci sia un interesse verso la tenuta dei conti dell'ente. Stiamo parlando delle pensioni dei medici. Ma trasformare questo in una polemica politica non aiuta a discutere del merito della riforma".
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